ANTONIO MARRAS + DANILO BUCCHI_INSIEME SIAMO ALTRO_OFF_a cura di Francesca Alfano Miglietti-Circolo Marras MILANO

 

CARTOLINA BUCCHI MARRAS

Il sole che poche ore fa schiacciava le cose sotto la sua luce dritta e bianca, 
si accinge a inondare l’orizzonte occidentale dei più vari colori. 
Nei moti della sua agonia certi spiriti poetici troveranno delizie nuove, 
scopriranno abbaglianti colonnati, cascate di metallo fuso, paradisi di fuoco, 
uno splendore triste, la voluttà del rimpianto, tutte le magie del sogno, 
tutti i ricordi dell’oppio. 
(Charles Baudelaire)

Una mostra che si caratterizza come un mito romantico, come “pittura poetica”. Una pittura affondata nell’im-
maginazione. Corpi e segni che vogliono incontrasi, corrispondersi, fondersi, nei flussi, nelle alterità di scambio 
e di incontro, di opere e di testi. Opere come schermo. Antonio Marras e Danilo Bucchi utilizzano la pittura 
per riprendere, per ‘riprendersi’, una porzione di immaginario che la pittura porta sempre con sé, l’immagi-
nario legato a ciò che non si vede, a ciò che si suppone, si immagina, si crede. Ha scritto William Burroughs: 
“Ciò che chiamiamo arte-pittura-scultura-danza-musica ha origini magiche: vale a dire era usata in origine 
per scopi magici, per produrre effetti molto precisi.”. E queste opere sembrano voler porre lo spettatore di fronte 
a schermi bui di materia in cui le forme si ricongiungono alla loro simbologia originaria. Come immergersi nel 
fondo di un abisso. Nero, spesso, torbido, vischioso. Giù, fino a frugare nelle spire dell’inconscio; là dove sono stati 
nascosti i corpi dell’immaginario. Disegni, collages, citazioni, frasi pittoriche…Materia fluida per un gioco un pò 
pesante, un pò stordito. Un rapporto duro quello tra la poesia e la pittura, un rapporto con il corpo della teoria 
e la pelle della pittura sempre in gioco. Perché la pittura coinvolge tutto il corpo. Tende i muscoli, eccita i nervi, 
scatena gli impulsi. Ferisce gli occhi. E dà scacco, definitivamente, alla ragione. I due artisti sembrano immerge le 
loro forme nel buio, vero protagonista delle opere. Il mondo si dissolve, quasi ritraendosi: ma eccolo là, il corpo, 
proliferante ed etereo, dignitoso ed evanescente, nel pianeta residuale fatto di territori, di arcaismi, di frasi… 
Opere a quattro mani che raccontano una singola emozione, l’indicazione di un percorso mentale, un breve 
viaggio che la mente dello spettatore è invitata a subire, nella passività totale l’ondata di stimolazioni che lo 
investono. Simbolo dopo simbolo. Come Barthes aveva previsto, in una era come questa, ossessionata dalla co-
municazione, dalla pluralità dei linguaggi, dal proliferare dei segni, dal viaggio piuttosto che dall’arrivo, il simbolo 
acquista un ruolo centrale perché è un ulteriore sofisticazione linguistica. Il Simbolo è una connotazione indiretta. 
Orizzonti che si sciolgono, sistemi che si impregnano di altri sistemi, insiemi che si fondono e si allargano, una 
sensibilità per le immagini di confine, immagini reali e non, sottrazioni e sovrapposizioni, bellezza artificiosa e 
attrazione per le situazioni fluide. Orizzonti asettici, contorni netti, presenze essenziali, la conseguenza della 
distruzione degli stereotipi di perfezione che erano già destabilizzati: l’angoscia, la paura, la bellezza, la poesia 
sono per i due artisti un tentativo di decostruire la perfezione delle immagini che la società di massa produce e 
riproduce. Dell’espressionismo simbolico rimane evidente la tendenza a costruire atmosfere fluide e decadenti, a 
indagare i confini fra l’esterno e l’interno, il passaggio all’intimità più inviolata.
Visione che fa coincidere il massimo di luminosità, paradossalmente, con il minimo di visibilità. O che rende il 
visibile netto e chiaro ma sempre precario, fuggevole, effimero. Nient’altro che questo. Un lampo istantaneo fra 
due abissi di nero. Un guizzo dello sguardo.

Francesca Alfano Miglietti

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