MONOCHROME-Galleria Poggiali e Forconi

DIARIO DI UNA VISITA NELLO STUDIO DI DANILO BUCCHI di Angela Madesani
Un giorno di agosto del 2014, stranamente caldo1, ero seduta sul divano dello studio di Danilo Bucchi a Roma. Un luogo pieno di stimoli, di punti di
vista, di oggetti affascinanti: carte, siringhe2, macchine fotografiche3, obiettivi, ordinatamente raccolti in un piccolo armadio a vetri, posto sul tavolo
di fianco al computer. Si parlava di arte, di pittura, si guardavano le opere, quando, a un certo punto, la coda del mio occhio curioso, si è posata su
un quadro di medie dimensioni, che sta di fianco al divano, in una posizione non eccessivamente visibile. Sono rimasta colpita dalla sua economia
spaziale. Si tratta di un quadro bianco in cui nell’angolo sinistro è una zona dipinta di nero, popolata dai suoi soliti personaggi. È un’opera alla quale
Bucchi è particolarmente legato. È una sorta di manifesto pittorico. Vi ho percepito, mutatis mutandis, un rimando a un famoso dipinto di Jacques
Louis David4, La morte di Marat, del 1793, in cui il soggetto del dipinto è nella zona bassa della tela e ne occupa circa la metà. Il resto è costituito
da un’ampia zona monocroma scura.
Il richiamo è dovuto al fatto che il soggetto di entrambe le opere è la pittura nella sua essenza più profonda. E il cammino di Bucchi nell’arte inizia
proprio per amore della pittura. Da ragazzo, va con il padre a trovare Mario Schifano nel suo studio, in via delle Mantellate e lì rimane colpito dalla
sintesi stilistica, dalla libertà pittorica dell’artista. Capisce così che ha ancora senso dedicarvisi. Percepisce, con la forza e l’inesperienza di un
adolescente, l’amore e la passione che possono muovere un artista. Dopo poco si iscrive al Liceo artistico e quindi all’Accademia di Roma, dove
studia, appunto, Pittura.
In tutte le opere di Danilo Bucchi il peso del vuoto è determinante. Lui stesso spiega che, in tal senso, è importante la sua autobiografia: «Sono romano,
profondamente legato alla mia città. Roma è una bella, vecchia signora piena di gioielli. È quasi impossibile riuscire ad aggiungere qualcosa.
Penso, anzi, sia più importante levare»5. Nato alla fine degli anni Settanta, nel 1978, si è formato con la Graffiti Art, che è riuscito a metabolizzare
e a digerire, dando vita a un linguaggio proprio, facilmente riconoscibile, che con quel tipo di arte ha, però, ben pochi legami. All’artista romano
interessa semplificare. Le sue opere più note, più riconoscibili sono costituite da linee nere che vanno a costruire figure, pupazzi stilizzati, piccole
case e segni. Per farlo utilizza una siringa, come già detto, dotata di aghi più o meno sottili. È come una sorta di scrittura, che ha come punto di
partenza l’utilizzo ricorrente, quotidiano di taccuini, sui quali l’artista disegna: «Il disegno, la pittura hanno sostituito, per me, la scrittura. Mi viene
naturale esprimermi attraverso un flusso di inchiostro, che corre sul foglio come se fosse una grafia. Per me è come una sorta di sana ossessione
compulsiva»6. In un testo di qualche anno fa Giorgia Calò scriveva: «Il Segno resta tuttavia inseparabilmente legato ad un’attenta ricerca formale e
stilistica; si costruisce attorno ad un’ unica linea essenziale che ne forma la struttura portante, e si palesa attraverso l’azione dell’artista»7.
Ma qui cominciano i problemi: la tela è costituita da trama e ordito e raramente la tessitura è così fitta da avere la stessa valenza della carta, materiale
amatissimo e assai utilizzato. Così Bucchi prepara le tele rendendole bianche8, di un bianco impenetrabile in cui lo smalto non riesce a penetrare
nella trama della tela, provocando fastidiose sbavature.
In fondo, parafrasando Lucio Fontana, l’azione della pittura è una sorta di battaglia con la tela bianca. Il pensiero spaziale, il desiderio di costruzione
è evidente, in tutte le opere di Danilo Bucchi.
La sua è una vera e propria ossessione per la precisione del segno a volte leggero, a volte più pesante. In taluni punti pare, persino, di percepire un
senso di tridimensionalità. Il bianco di fondo è una necessità di purezza, come un azzeramento dal quale ripartire ogni volta per riuscire ad andare
avanti.
In tutto questo è un continuo gioco di livelli che si sovrappongono. Chi guarda può avere un ruolo attivo nel suo lavoro, lo spazio bianco lascia la
possibilità di intervenire con lo sguardo, attribuendo a esso una potenzialità costruttiva.
Il suo segno è un elemento primario dell’alfabeto pittorico, che si espone nella sua nudità. È come uno scheletro che attende di essere coperto dalla
carne. È come un esercizio liberatorio, di purificazione, un mantra che riesce a farlo stare bene con se stesso e con il mondo. I suoi segni, appunto,
possono essere combinati all’infinito. La difficoltà è quella di riuscire a fermarsi.
Per la maggior parte dei lavori Bucchi usa dei non colori: il bianco e il nero, ai quali, di rado, si affianca il rosso drammatico e difficile nella sua apparenza
preponderante, un colore che è profondamente radicato nel suo essere pittore. Del resto il rosso, a sua detta, è il colore più sensuale che
ci sia e le Combustioni rosse di Burri sono una delle opere più erotiche della storia dell’arte, per le quali l’artista prova una particolare attrazione.
Nulla è dato mai per scontato. Nei confronti di ogni nuovo quadro il suo è un atteggiamento misto di entusiasmo e di angoscia. Non si tratta mai
di mestiere: quello di Bucchi è, piuttosto, un bisogno prepotente di risolvere le diverse problematiche spaziali, strutturali che si vengono a creare,
dando vita a un mondo di figure, formalmente vicine tra loro, che funzionano come unità di misura da cui partire per creare dele situazioni.
In ognuna delle sue opere è come se si percepisse una musicalità più o meno intensa. Bucchi ama tutta la buona musica, in particolare quella
elettronica, che offre un bit non saturo, che lascia spazio di intervento a chi ascolta, proprio come le sue opere. «La verità dei bianchi e la verità dei
neri con una giusta equazione offrono una possibile chiave di accesso»9.
Nella mostra fiorentina saranno anche alcuni grandi dipinti con le bambole. Sul fondo bianco campeggia in ognuno di loro una bambola, spesso in
posizione seduta. Si tratta di un ciclo10 che ha preso il via nel 2005 e che si è esaurito nel 2012. Inizialmente si è trattato di un esercizio di stile, poi
il tutto ha assunto una connotazione precisa. Il rapporto con l’olio, con la sua matericità quasi scultorea, è diventato una vera e propria esigenza
poetica. Le figure andavano a coprire gli scheletri, formati dal segno. In esse pare di trovare dei legami con certe espressioni artistiche degli anni
Venti e Trenta, con la dadaista Hannah Höch. Ma il riferimento non è preciso, non ci sono citazioni, si tratta piuttosto della metabolizzazione di
quanto ha visto e continua a vedere, di quello che ha studiato con interesse nel corso degli anni. «Tutti siamo paragonabili a qualcuno, solo nel
segno e nella grafia si trova l’autenticità»11.
Le bambole richiamano figure femminili, sono ritratti psicologici, figure pescate nell’inconscio che nascono dall’interiorità e che trovano una forma
esterna in una sorta di contaminazione fra le diverse parti dell’esistenza, in cui mi pare di poter leggere anche una profonda malinconia, la malinconia
saturnina degli artisti, ma anche quella più naturale dello scorrere ineluttabile del tempo. Le bambole nascono da un’operazione di scavo nella
memoria, di ripresa di dettagli di volti femminili.
I titoli non sono una scelta iniziale proprio come lo sviluppo dei singoli quadri. Il suo non è un operare per giungere a un preciso scopo. È il quadro
che gli si manifesta nel suo farsi e di conseguenza nascono i titoli.
L’atteggiamento di Bucchi nei confronti dell’arte non è di dominio, è, piuttosto, la volontà di lasciarsi andare per farsi condurre in territori ancora da
scoprire, attraverso i quali è possibile svelare il senso delle cose a lui e a noi che guardiamo.

1 L’estate del 2014 ha offerto in Italia ben poche giornate calde.
2 «Perché la siringa al posto del pennello? È proprio Bucchi a spiegarcelo quando afferma che secondo lui il pennello è un mezzo di distrazione, nel momento in cui si è costretti a staccarlo dalla tela per
reimprimerlo nel colore» in G.Calò, Segni, ovvero tracce di un percorso insolito in D.Scudero, G.Calò, Danilo Bucchi Signs. The Black Line, Gangemi Editore, Roma, 2011; p.24.
3 Bucchi non gira mai senza la sua macchina fotografica, attraverso la quale prende appunti di quanto lo circonda.
4 J.L.David (1748-1825) è stato un pittore francese, che, avendo vinto il Prix de Rome, nel 1775, raggiunge l’Italia dove resta per cinque anni e dove scopre l’arte del nostro paese, in particolare Michelangelo,
Raffaello, Caravaggio, Guido Reni e dove, si avvicina, soprattutto da un punto di vista teorico, al Neoclassicismo, nel 1780 fa ritorno in patria.
5 Danilo Bucchi, durante una conversazione con chi scrive, agosto 2014.
6 Danilo Bucchi, durante una conversazione con chi scrive, agosto 2014.
7 G.Calò, op.cit.; p. 22.
8 Ha compiuto lunghe ricerche di materiali per riuscire a compiere questa operazione in maniera soddisfacente.
9 Danilo Bucchi, durante una conversazione con chi scrive, agosto 2014.
10 Bucchi lavora per cicli di lavori.
11 Danilo Bucchi, durante una conversazione con chi scrive, agosto 2014.

 

DIARY OF A VISIT TO THE STUDIO OF DANILO BUCCHI di Angela Madesani
On an unusually hot day in August 2014,1 I was sitting on the sofa in Danilo Bucchi’s studio in Rome. It’s a place awash with stimuli, angles, and
intriguing objects: papers, syringes,2 cameras3 and lenses, tidily arranged in a small glass cabinet standing on the table beside the computer. We
talked about art, about painting. We were looking at his works when, out of the corner of my curious eye I glimpsed a medium-size painting that had
been placed close to the sofa, in a not overly visible position. I was immediately struck by its spatial economy: it was a white painting with an area
painted in black, in the left-hand corner, populated with Danilo’s customary characters. It turned out that it’s a work Bucchi is particularly attached
to, a sort of pictorial manifesto. I perceived in it, mutatis mutandis, a reference to a famous painting by Jacques Louis David,4 The Death of Marat,
of 1793, in which the subject is painted in the lower part of the painting and occupies only about half of the canvas, the remainder consisting of a
large dark monochrome area.
The recollection was triggered by the fact that, in both the works, the subject is painting itself, in its most profound essence. And it was precisely his
love of painting that launched Bucchi on his journey through art. As a boy he would go with his father to visit Mario Schifano in his studio in Via delle
Mantellate, where he was greatly impressed by the artist’s stylistic synthesis and pictorial freedom. This was when the realised that it still makes
sense to devote yourself to art. With the force and inexperience of an adolescent, he perceived the love and passion that can drive an artist. Shortly
afterwards he enrolled at artistic secondary school, and later at the Accademia in Rome where indeed he chose to study painting.
In all the works of Danilo Bucchi the weight of the void is decisive. He himself explains how his biography is important in this respect: “I am Roman,
and deeply attached to my city. Rome is a beautiful old lady bedecked in jewels. It’s almost impossible to add anything. On the contrary, I think it’s
more important to take something away.”5 Born in the late 70s – in 1978 – he grew up with Graffiti Art, which he succeeded in metabolising and digesting,
evolving his own easily recognisable language, which nevertheless has very few links with that sort of art. Bucchi is interested in simplification.
His most famous works are indeed made up of black lines used to build up figures, stylised puppets, little houses and signs. To create them, as we
said, he uses a syringe, fitted with needles of different sizes. It is like a species of writing, the starting-point of which comes from the recurrent, daily
use of notebooks in which the artist draws: “Drawing and painting have replaced writing for me. It comes naturally to me to express myself through a
flow of ink, which runs over the paper as if it were writing. For me it is a sort of healthy compulsive obsession.”6 In a piece dating to a few years back
Giorgia Calò wrote: “The Sign nevertheless remains inextricably bound up with an attentive formal and stylistic research; it is constructed around a
single, essential line that constitutes its backbone and becomes manifest through the action of the artist.”7
But this is where things get tricky: the canvas consists of warp and weft, and rarely is the weave so dense as to have the same surface as paper – a
much-loved and oft used material. And so Bucchi prepares the canvases, rendering them white,8 or rather of a whiteness so impermeable that the
paint cannot penetrate the weave of the canvas resulting in irritating blurs.
In short, to paraphrase Lucio Fontana, the action of the painting is a sort of battle with the white sheet. The notion of space and the desire for construction
are evident in all Danilo Bucchi’s works.
His is an authentic obsession for the precision of touch, with a hand at times light and at other times heavier. At some points it is almost as if one
can conceive a sense of three-dimensionality. The white of the ground is a need for purity, like a cancellation from which to depart each time in order
to move forward.
In all this there is a continual play of overlapping levels. The observer can take an active part in his work: the white space admits the possibility of
intervening through the gaze, attributing a constructive potential to the same.
Bucchi’s sign is a primary element of the pictorial alphabet, which is revealed in all its nudity. It is like a skeleton waiting to be clothed in flesh. It is
like a liberating exercise of purification, a mantra that enables him to be at peace with himself and with the world. Indeed his signs can be combined
ad infinitum: the difficulty lies in being able to stop.
In most of his work Bucchi uses non-colours: white and black, sporadically joined by red, dramatic and difficult in its preponderant appearance, a
colour profoundly rooted in his painterly essence. Furthermore, as he himself says, red is the most sensual colour that exists, and Burri’s red Combustions,
for which Bucchi feels a particular attraction, are among the most erotic works in the history of art.
Nothing is ever taken for granted. His attitude in the face of every new painting is a mixture of enthusiasm and anguish. It is never a question of craft:
Bucchi is moved instead by an overwhelming need to resolve the various spatial and structural problems that come to the fore, giving life to a world
of formally closely-related figures that operate as units of measurement from which to start in order to create situations.
In all his works it is as if we can perceive a more or less intense musicality. Bucchi loves all good music, and electronic music in particular which
offers a beat/bit that is not saturated, leaving space for the intervention of the listener, just like his own works. “The truth of the whites and the truth
of the blacks in the right equation offer a possible key for access.”9
The Florentine show will also feature some large paintings with dolls. Here, we find a doll, often in a seated position, set in the middle of the white
ground. This cycle was begun in 2005 and completed in 2012.10 It started out as an exercise in style, and then everything took on a precise connotation.
The relation with oil paint, with its almost sculptural materiality, became an authentic poetic exigency. The figures went to flesh out the
skeletons, made up of the sign. Here it seems as though we can find links with certain artistic expressions of the 1920s and 30s, with the Dadaist
Hannah Höch. But it’s not a precise reference: there are no citations, it is more a metabolisation of what he has seen and continues to see, of what
he has studied with interest over the years. “We can all be compared to someone: it’s only in the sign and in the writing that the authenticity is to be
found.”11 The dolls evoke female figures. They are psychological portraits, figures plucked from the subconscious that are spawned from within and
find an external form in a sort of contamination between the different parts of existence. In them I feel I can also read a sort of profound melancholy:
the saturnine melancholy of the artist, but also the more natural melancholy of the ineluctable passage of time. The dolls emerge from an operation
of excavation in the memory, the reworking of details of women’s faces.
The titles are not a prior choice any more than the evolution of the various paintings. Bucchi does not work towards achieving a precise aim. It is the
painting that becomes manifest as it emerges, and hence gives rise to the title.
Bucchi’s approach to art is not one of domination, but rather of the wish to let oneself go, allowing oneself to be led into territories yet to be discovered,
through which the meaning of things can be revealed to him and to we who observe.

1 In Italy the summer of 2014 offered very few really hot days.
2 “Why a syringe instead of a brush? It is Bucchi himself who explains it to us, when he says that, according to him, the brush is a distracting medium since one is obliged to remove it from the canvas to fill it with colour.” in G.Calò, Segni,
ovvero tracce di un percorso insolito in D.Scudero, G.Calò, Danilo Bucchi Signs. The Black Line, Gangemi Editore, Roma, 2011; p.24.
3 Bucchi never goes out without his camera, which he uses to take note of everything around him.
4 J.L.David (1748-1825) was a French painter who, having won the Prix de Rome in 1775, came to Italy where he remained for five years and discovered Italian art – in particular Michelangelo, Raphael, Caravaggio and Guido Reni – and
where he began to approach Neoclassicism, especially in theoretical terms. He returned home in 1780.
5 Danilo Bucchi, in a conversation with the writer of this piece in August 2014.
6 Danilo Bucchi, in a conversation with the writer of this piece in August 2014.
7 G.Calò, op.cit.; p. 22.
8 He has performed lengthy research into the materials in order to perform this operation in a satisfactory manner.
9 Danilo Bucchi, in a conversation with the writer of this piece in August 2014.
10 Bucchi works in cycles.
11 Danilo Bucchi, in a conversation with the writer of this piece in August 2014.